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Kenya Lago Turkana

2 gennaio, venerdì: è il giorno delle partenze da 3 aeroporti italiani, 4 da Milano con la Turkish, 1 da Venezia con la Turkish, 3 da Roma (io compreso) con la Qatar. Arriviamo tutti nella notte tra la mezzanotte e le 3 del mattino, Nairobi a quell’ora è piuttosto fresca, del resto è a circa 1000 metri di altezza.

3 gennaio, sabato: ci ritroviamo tutti ed 8 insieme, pronti per l’avventura all’ “Airport Hotel” di Nairobi, con John la nostra guida e Ammani e Kombo i due driver di 2 toyota Land Cruiser da 8 posti. Facciamo colazione a buffet che è ancora buio e poi partiamo, direzione nord verso Nanyuki. Dopo circa 2 ore di strada, alla prima sosta caffè, iniziamo a vedere lontana la sagoma del Monte Kenya, la seconda cima d’Africa con i suoi 5199 metri. La seconda sosta caffè invece, è esattamente sulla linea dell’equatore dove un signore ci dimostra la “forza di Coriolis”, nell’emisfero nord l’acqua gira in senso orario, nell’emisfero sud in senso anti-orario. Arriviamo ad ora di pranzo al “Samburu Sopa Lodge”, bellissimi bungalows all’interno della Riserva del Samburu. Questa riserva è molto particolare, perché unica in Africa ad ospitare ben 5 sottospecie di animali: la giraffa reticolata, la zebra di grevy, lo struzzo somalo dalla pelle blu, l’orice dalle orecchie sfrangiate e la gazzella-giraffa che è una gazzella con un collo lunghissimo. Pranzo e riposo di due ore, dopo aver passato un’intera notte in bianco. Alle 15.30, scappottiamo le jeep, ed inizia il “game drive” nella Riserva, nell’ordine avvistiamo: la giraffa, l’elefante, i babbuini, le zebre, tante gazzelle, moltissime faraone, due leoni ed una leonessa e soprattutto il più bello, il leopardo. Poi cena e tutti a letto nel giro di pochi minuti.


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4 gennaio, domenica: dopo il proficuo safari di ieri, preferiamo riposare un po' di più e partiamo per il secondo “game drive” alle sette del mattino fino all’uscita dalla Riserva Samburu alle 09:30, al gate di Arches Post. Anche questo è meraviglioso, seguiamo un fiume e con la luce dorata del mattino osserviamo meravigliosi elefanti e giraffe, c’è anche un coccodrillo immobile. Subito fuori dal parco ci fermiamo al villaggio Samburu, un gruppo etnico di ceppo nilotico strettamente imparentato con i Masai, la lingua è identica. I Samburu prendono il nome dalla “samburr” una bisaccia in pelle che portano al loro fianco. Sono poligami e allevatori, e vivono in una struttura societaria gerontocratica suddivisa per classi di età; la poligamia è ammessa solo se si ha denaro o bestiame a sufficienza per poter mantenere la famiglia più grande. In assenza del proprio marito, la moglie può “accompagnarsi” con un altro uomo fin quando non torna il legittimo proprietario. Noi assistiamo ad un ballo cantato, poi ci mostrano le loro capanne chiamate “manyatta” e naturalmente il loro “shop” fatto di perline, bracciali, orecchini ed oggetti in legno.

Quando lasciamo i Samburu, ci fermiamo poco più avanti al villaggio di Arches per acquistare miglio, mais farina, sale, da donare successivamente nei vari villaggi, mettiamo 10 euro ciascuno. Poi strada asfaltata e scorrevole fino a Marsabit dove arriviamo alle 14:00, pranzo a buffet al “Big Tusk Hotel” molto dignitoso. Le visite del pomeriggio prevedevano il “Centro Culturale Borana” di Marsabit, ma la chiave non c’è, il cancello è chiuso, aspettiamo un po' e ce ne andiamo. Visitiamo il villaggio del gruppo etnico “Rendille” probabilmente provenienti dalla Somalia sono molto legati ai Samburu e la loro principale risorsa sia per il cibo che per i trasporti sono i cammelli. Noi distribuiamo biscotti per i bambini e un sacco da 20 kg di mais, le donne ci mostrano i loro lavori fatti di perline e la decorazione delle calabasse, i bambini innumerevoli sono ovunque. Lasciamo il villaggio al tramonto, cena in hotel e a letto.


5 gennaio, lunedì: partiamo alle 07:30 dal “Big Tusk Hotel” di Marsabit, dopo aver aspettato la colazione per almeno 30/40 minuti. Tempo di uscire dalla città e finisce l’asfalto, lo ritroveremo solo l’ultimo giorno, sterrato e pietraia, polvere e sabbia. Destinazione finale sarà il lago Turkana, il villaggio di Loiyangalani dove arriveremo alle 17:00. La strada pur sterrata si percorre piuttosto velocemente mantenendo una media di 70/80 km/h, anche se ha tratti c’è la “Tole Onduleé” quelle minuscole dune, una dietro l’altra, sulla strada sterrata che smontano le macchine e vanno percorse ad una velocità sostenuta per sentirle meno. Attraversiamo tutto il deserto di Chalbi, fermandoci nella zona tutta bianca di sale per far foto. Arriviamo verso le 11:00 a Kalacha per visitare i pozzi cantanti dei Borana, ma non sono certo quelli di “El Sol” in Etiopia. Il primo è un semplice abbeveratoio per gli animali e per sciacquarsi, il secondo è un antico pozzo non più in uso con 4 scalini che scendono. I Borana sono un gruppo etnico di origine “oromo” e provengono dall’Etiopia, tramandano attraverso i canti tutte le loro tradizioni ma quaggiù evidentemente qualcosa si è perso. Lì vicino visitiamo un villaggio Rendille, sferzato dal vento, con le donne molto timide e diffidenti, impiegano un po' di tempo ad uscire dalle capanne, invece i bambini non ci sono perché vanno a scuola.

Pranziamo in un lodge a 40 km dall’oasi di Kalacha alle 13:00 in punto, fa caldissimo e per fortuna il frigo funziona molto bene, ne approfittiamo per lavarci e riposarci all’ombra, la strada è ancora lunga. Infatti prima di arrivare al Turkana, passiamo per “North Horr”, incontriamo carovane di cammelli, oasi di palmizi, acqua diffusa e poi ritorna il deserto, scheletri di villaggi abbandonati lungo la strada, che peggiora, diventa pietraia e laggiù la sagoma verticale del lago Turkana, ex lago Rodolfo. Ci sistemiamo all’Oasi Lodge di Loiyangalani.


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6 gennaio, martedì: oggi giornatadedicata a tutte le visite attorno al villaggio di Loiyangalani, nel frattempo monitoriamo la situazione vento per l’esplorazione dell’isola del Sud, ma oggi non era proprio possibile. Prima visita mattutina al villaggio del gruppo etnico “El Molo” che assieme al gruppo etnico “Turkana” si dividono il territorio in una specie di simbiosi vantaggiosa per entrambi: gli “El Molo” sono i pescatori, i “Turkana” gli allevatori. Il villaggio “El Molo” lo ammiriamo prima dall’alto, tutte le capanne che degradano verso la riva del lago, qua c’è anche un impianto di desalinizzazione dell’acqua, poiché il lago Turkana è un lago leggermente salato, alcalino. L’acqua se bevuta, con il tempo provoca disturbi intestinali, disturbi alla gola e rovina i denti. Inoltre le acque del lago si sono notevolmente alzate, almeno 5/6 metri, come tutti i laghi della Rift Valley, infatti alcuni villaggi “El Molo” oggi si ritrovano su isole, oppure è facile vedere edifici ed alberi sommersi. Da qui prendiamo una lancia a motore che ci porta dalla riva opposta della baia in 5 minuti, dove ci sono i pescatori e i 4 templi sacri degli “El Molo”. I pescatori stanno districando le reti mentre i gabbiani sospesi e numerosi si mangiano gli scarti del pesce che buttano, mentre i 4 templi consistono in 4 capanne costruite all’interno di un recinto a forma di ippopotamo: la prima è per la fertilità, la seconda per il buon esito della caccia, la terza per pregare e la quarta per i problemi di gola. Quando torniamo sulla terraferma, al villaggio El Molo stanno celebrando la messa dell’Epifania, mentre le donne hanno allestito il loro mercatino per noi e poi cantano e danzano per celebrare la nascita di una bambina.

Torniamo a pranzo all’ Oasis Lodge, ci riposiamo un po' e alle 16:00 andiamo a visitare un villaggio del gruppo etnico “Turkana” che seppur vive sul lago ha un vero e proprio tabù nei confronti dell’acqua. Sono allevatori di zebù, cammelli e capre, la loro origine è nilotica. Sono poligami e le collane che le donne portano attorno al collo sono simbolo di ricchezza, spesso si tingono i capelli con ocra rossa e producono ceste ad intreccio.  Le nostre donne Turkana mettono in scena una danza cantata molto frenetica. Dopo il villaggio andiamo alle “spring”, delle sorgenti di acqua che sembravano avere proprietà curative, poi delle pitture rupestri di cammelli molto elementari ed infine un meraviglioso tramonto sul lago.


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7 gennaio, mercoledì: la giornata della navigazione sul Turkana. Il lago che si sviluppa tutto in lunghezza ha 3 isole maggiori, chiamate con bellissimi nomi di fantasia: del nord, del centro e del sud. Noi trovandoci a Loiyangalani visiteremo quella del sud. Rispetto alla giornata di ieri il vento si è calmato notevolmente, poi sembrerebbe che la polizia ci metterà a disposizione la sua imbarcazione, più grande e più sicura, per fortuna! Infatti la traversata dura circa 1 ora, 1 ora di passione e pericolo tra le onde, da subito iniziamo a bagnarci completamente e poi si balla, è un continuo su e giù. Lo scafo sembra reggere, il comandante sembra in gamba, ma, basta un’onda presa male o un’avaria al motore per ritrovarci nei guai e ammetto di aver avuto paura. Il ritorno invece sarà più veloce, il lago più calmo e a favore di corrente. Sull’isola del Sud, che è la più grande non c’è nulla, una sola famiglia El Molo vive sull’altra sponda con alcuni cammelli. Quando sbarchiamo due immobili coccodrilli stanno assorbendo il calore del sole e disturbati si dileguano in acqua; saliamo in cima ad uno dei tanti crateri per godere di una vista all’intorno di 360° gradi: cielo terso, vento fortissimo, paesaggio lunare e dimenticato. Torniamo sulla terra ferma alle 13:30 per pranzare all’Oasis Lodge.

Alle 15:30 andiamo al museo del Deserto, poco fuori Loiyangalani che raccoglie foto, utensili, armi tradizionali delle varie etnie, insomma è un museo che racconta la storia del lago Turkana; ma, non è tanto il museo del deserto ma il luogo dove è stato costruito, su un promontorio a picco sul lago, una struttura a mezzaluna a racchiudere il sole. Godiamo un po' del paesaggio. Dopo ne approfitto per una passeggiata tra gli sgangherati negozi di Loiyangalani, non c’è veramente nulla tranne la polvere.



8 gennaio, giovedì: il viaggio cambia direzione e torna a sud, inizia infatti l’ultima parte che ci porterà fino a Nairobi. Sveglia alle 05:40 all’Oasis Lodge e alle 07:00 partiamo dopo aver salutato Timo, il simpatico e amorevole gestore della struttura, una brava persona. Il primo tratto di strada costeggia il lago, una pietraia che sale e scende e attraversa alcuni villaggi dei Turkana, molto bello. Poi si sale e ci fermiamo al gate del parco eolico più grande d’Africa, saranno migliaia di pali, costruito dai cinesi e sicuramente qui il vento non manca. Dopo un po' il paesaggio inizia a diventare verde e saliamo di quota, la strada rimane comunque sterrata e attraversa villaggi e pinete di acacia, le chiamo così perché la luce che traspare è la stessa dei pini. La strada sale ancora e peggiora notevolmente nell’ultima parte di salita, a circa 2300 metri, all’altezza del “Losiolo Escarpement” qua siamo nel cuore della Rift Valley, sotto di noi c’è un canyon di 2000 metri. La Rift Valley, quella cicatrice che taglia l’Africa dalla Dancalia al Mozambico e un giorno che nessuno di noi vedrà, si staccherà. Ma, subito dopo il passo, in seguito ad un brutto colpo, si spacca l’ammortizzatore posteriore destro che va a premere sulla ruota; vani i tentativi di farlo rientrare, la jeep rimane lì assieme a Kombo e John che aspettano il meccanico, noi percorriamo gli ultimi 30 km fino al “ Maralal Safari Lodge” in 8 con Ammani. Arriviamo alle 14:00, il luogo ha un fascino coloniale, britannico: innanzitutto il clima è fresco, siamo a quasi 1800 metri, il lodge sono tanti chalet con caminetto, poi c’è la reception e il ristorante con vista direttamente sul giardino dove pascolano indisturbate gazzelle, zebre e Heland. Infatti dopo pranzo, è previsto un “walking safari” con due ranger che ci accompagnano: non ci sono i felini, ma nemmeno animali pericolosi come bufali ed elefanti, ci sono tante gazzelle che scappano via velocemente e le zebre che hanno più fiducia nell’uomo e si fanno avvicinare abbastanza, tra esse c’è una zebra albina.

Ceniamo alle 20:00, intanto la jeep per fortuna è stata riparata e lavata, poi c’è il fuoco acceso, qualcosa di assurdo rispetto al caldo di poche ore fa al Turkana.



9 gennaio, venerdì: partiamo da Maralal alle 08:00 e arriveremo al Lake Baringo alle 11:30 circa, la prima parte, un terzo della strada è in asfalto, poi una deviazione sterrata sulla sinistra fino praticamente al lago, un buon sterrato ma molto polveroso. Prima di raggiungere il lodge sul lago, andiamo a visitare un villaggio di etnia Pokot tra le acacie e la terra rossa; a differenza di tutti gli altri è un villaggio nascosto e ci sono tutti gli uomini. I Pokot è un gruppo etnico in estinzione di ceppo nilotico, la tradizione orale racconta di un’epica battaglia nel XV sec contro i Masai che furono sconfitti e spinti verso est. I Pokot sono allevatori e in età adulta prendono il nome del loro bue preferito. La religione tradizionale è monoteista, con un Dio al di là del bene e del male. Le donne mettono in scena una danza, poi compriamo qualche loro manufatto e andiamo via perché fa veramente caldo. Come anticipato con il Turkana, anche il lago Baringo ha alzato il suo livello di qualche metro, tanto che il “Soi Safari Lodge”, che avevamo prenotato ha il primo piano completamente in acqua. Quindi ci sistemiamo al “Royal Doves Baringo” comunque bello ma con poche stanze, e alcuni di noi dormono in tende fisse con bagno incluso, molto belle comunque.

Alle 15:30 scendiamo a piedi sulle rive del lago, rispetto al Turkana questo è una pulce e le acque sono calmissime; prendiamo due lance a motore per raggiungere una delle 8 isole, la più grande dove vive un gruppo di circa 3500 individui di Masai Njemes, un sottogruppo Masai. Prima di arrivare ci divertiamo a far foto all’aquila pescatrice: una signora ha infilato pezzi di legno dentro a pesci di “paranza” così galleggiano sul lago, basta fischiare, l’aquila con la sua vista portentosa vede e si lancia, a noi rimane il divertimento di cogliere l’attimo. Sarà per l’isolamento, sarà per la luce del crepuscolo, sarà per lo sfondo sul lago, ma questo villaggio di Masai Njemes è quello che a tutti è piaciuto di più. Anche qui solite formalità di benvenuto, poi la visita delle case, la danza e l’esposizione e vendita dei loro manufatti di perline.

Prima di tornare al lodge, ci fermiamo in riva al lago in uno dei bar per un aperitivo con coca cola o birra, qua tuttavia bevono anche whiskey e rhum. È la classica atmosfera dell’ultimo giorno, il tramonto e la malinconia di un meraviglioso viaggio quasi concluso.

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10 gennaio, sabato: colazione alle 07:00 e partenza alle 08:30 da Lake Baringo, oggi è veramente tutto asfalto fino a Nairobi ma in compenso abbiamo il traffico incessante di mezzi pesanti perché stiamo percorrendo la direttrice che dal porto di Mombasa porta le merci fino in Uganda. Anche oggi la strada sale, raggiungendo i 2300 metri. Ci fermiamo a pranzo in un motel sulla strada e arriviamo all’Airport Hotel di Nairobi, dove tutto era iniziato alle 16:00. A disposizione abbiamo 2 stanze in “day use” per fare le docce e sistemare i bagagli, il resto del tempo lo passiamo a bordo piscina a mangiare una pizza. Saluti con John, Ammani e Kombo sperando che sia un arrivederci! Per i voli notturni ci dividiamo, 5 volano con Emirates e 3 con Qatar. Alla prossima avventura!